Free2Change – L’insostenibilità delle bottigliette di plastica

Cari yezers, oggi vi presentiamo l’operato di Free2Change, un’associazione no profit creata da alcuni membri della nostra community. Si tratta di un’organizzazione nata con lo scopo di informare, educare e sensibilizzare i cittadini ai temi del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile. I fondatori sono 4 ragazzi che si occupano di Energia e Ambiente, convinti che il cambiamento Climatico sia la più grande sfida del nostro secolo, da affrontare ora, con il contributo di ognuno.

Per questo, in Free2Change, tra le cui file troviamo anche gli yezers Francesco Sala, Cecilia Vicinanza, Simone Prato e Chiara Vigone, conta oggi 6 membri del board e una decina di collaboratori che si impegnano a raccontare questa sfida, trasmettendo il messaggio che il problema del cambiamento climatico esiste ed è concreto, ma altrettanto concrete sono le vie per arginarlo. All’uso di fonti scientificamente attendibili e rigorose, combinano un linguaggio semplice e un approccio inclusivo, così da raggiungere un pubblico ampio e variegato. Lasciamo quindi loro la parola e godiamoci un interessante assaggio dell’impegno di questi ragazzi per un mondo più consapevole a attivo contro i cambiamenti climatici.

A chi non piace la sensazione liberatoria che si prova stappando una bottiglietta d’acqua fresca dopo una camminata al sole? Già, ma raramente si pensa alla lunga catena che si snoda dietro un atto semplicissimo e naturale come quello di bere. Come rivela uno studio di Science Advances, dal 1950 sono stati prodotti 8.3 miliardi di tonnellate di plastica, metà delle quali risalgono soltanto al periodo che va dal 2004 ad oggi. Di questa enorme quantità, soltanto il 9% è stato riciclato, mentre tutto il resto invece è andato a riempire le nostre discariche, è stato bruciato (che, per alcuni aspetti, è anche peggio), oppure, è finito nei mari e negli oceani, sotto le spiagge, nei fiumi e nei laghi. Si prevede che entro il 2050 si arriverà a 13 miliardi di tonnellate di plastica prodotte, la maggior parte delle quali “usa e getta”. Soltanto negli Stati Uniti, vengono mediamente comprate più di mezzo miliardo di bottiglie d’acqua di plastica a settimana. Se le mettessimo in fila potremmo girare intorno alla terra più di 4 volte.

Ma come hanno fatto a convincerci a comprare qualcosa che è disponibile nella cucina di tutti, semplicemente aprendo il rubinetto? Intorno alla fine del ‘900, i venditori di bevande gassate si resero conto che la quantità di prodotto che poteva essere consumata dai loro clienti era limitata. Per porre rimedio alla prospettiva di una saturazione della domanda, tali produttori iniziarono a diversificare il proprio business, individuando nell’acqua minerale una possibilità di crescita virtualmente illimitata. Il nuovo business dell’acqua andava incontro a una necessità primaria e permetteva di bere in sicurezza, annullando il rischio di infezioni e virus.

Non altrettanto scontato è come si sia affermato questo prodotto nei luoghi in cui era già presente in forma gratuita e incontaminata.È durante il boom economico degli anni Sessanta che in tutte le case italiane si diffondono le prime bottiglie di acqua minerale. Sarà dal 1973 in avanti, con l’invenzione delle bottiglie in PET (polietilene tereftalato), che l’acqua inizierà a entrare nelle case in comode bottiglie di plastica usa e getta. Correva voce che l’acqua del rubinetto non facesse bene, non fosse pulita e comunque fosse peggiore dell’acqua minerale filtrata e preparata ad hoc per i consumatori. Etichette rappresentanti monti innevati e perfetti, poi, invogliavano ancora di più le persone ad acquistare un prodotto nella maggior parte dei casi superfluo. Il problema di questa moda risalente al ventesimo secolo non è solo la plastica delle bottiglie, prodotta grazie ad alcuni derivati del petrolio, ma l’intero ciclo, che va dal confezionamento, al trasporto, alla vendita.

In molti paesi del mondo, l’acqua del rubinetto o quella delle falde è effettivamente inquinata e non utilizzabile. A volte, però, a contribuire ad inquinare le acque sono proprio le aziende che producono le bottiglie di plastica per le bevande o il petrolio che serve per realizzarle. In tutti gli altri casi, bere acqua del rubinetto è di gran lunga la scelta più sana e sostenibile — a meno che non la versiate in bicchieri di plastica, in quel caso sarà tutta fatica sprecata!