Un caffè con Matteo De Pascale, Team di Ricerca “Made in Italy”

In qualunque luogo al mondo si trovi, una grande sicurezza per un italiano all’estero è quella di poter trovare, tra le corsie del supermercato di fiducia, almeno un prodotto tipico del suo Paese di origine. Che si tratti di parmigiano reggiano o di mozzarella di bufala campana, gli italiani hanno la certezza: preparare, una volta rincasati dopo una stressante giornata lavorativa, un piatto tipico della tradizione utilizzando materie prime al 100% italiane. O almeno questa dovrebbe essere la normalità delle cose.

Matteo de Pascale, venticinquenne milanese e leader del Team di Ricerca “Made in Italy”, racconta invece una realtà molto diversa: “la contraffazione dei prodotti agroalimentari italiani provoca all’Italia una perdita annuale di ben 60 miliardi di Euro”. Un dato sconcertante, a cui urge porre rimedio, soprattutto visto quanto i prodotti italiani sono apprezzati tra i consumatori stranieri. L’amore per l’Italia e la risolutezza nel volerne difendere le eccellenze emergono con una forza straripante dal carattere di Matteo, un ragazzo disponibile, curioso e propositivo, amante delle lingue straniere e desideroso di lasciare il proprio impatto sul prossimo. Numerose le esperienze al fuori dell’Italia, tra i lunghi tirocini in Liechtenstein e Austria e le attività di volontariato in Africa, Francia e Spagna, capaci di donargli momenti di vita unici e di metterlo a contatto con realtà tanto distanti quanto preziose per la sua crescita personale.

Terminati gli studi in ingegneria civile, il percorso lavorativo di Matteo volge oggi lo sguardo verso il settore della consulenza strategica, ambito in cui inizierà a breve a lavorare presso la Siemens Management Consulting di Monaco di Baviera. “Oltre ai miei impegni lavorativi e alla mia attività con Yezers, amo riempire le mie giornate coltivando le mie passioni più grandi, tra cui spiccano lo studio delle lingue straniere e il basket, sport che pratico da vent’anni!”.

Qual è stato il tuo primo contatto con la politica e in che modo senti di essere cambiato con Yezers?

La mia curiosità mi ha sempre spinto ad informarmi e a costruirmi un’opinione indipendente riguardo ai temi di maggiore impatto sul Paese, ma devo ammettere che prima di Yezers non avevo quasi mai preso parte attiva in politica, se non in un’unica occasione, nel 2017, quando partecipai allo European Youth Debate ed ebbi addirittura la possibilità di tenere un discorso sullo sviluppo sostenibile presso il Parlamento europeo. E’ però a Yezers che devo il mio ingresso vero e proprio in politica, avvenuto tramite la mia partecipazione ai lavori del Team di Ricerca sugli stagisti, capace di appassionarmi a tal punto da motivarmi a creare un Team di Ricerca tutto mio.

Nasce quindi il Team di Ricerca “Made in Italy”. Cosa ti ha spinto verso questa tematica?

Ogni qualvolta mi trovo tra le corsie di un supermercato straniero, provo una profonda amarezza nel constatare come molti venditori cerchino di approfittarsi dei colori dell’Italia, vendendo prodotti che, malgrado i chiari riferimenti al nostro Paese, non rispettano alcuna delle qualità degli alimenti che possiamo invece assaporare all’interno dei nostri confini. Questa attività, oltre che danneggiare la nostra immagine, finisce per influire pesantemente anche sulle casse del nostro Paese. Partendo dal mio orgoglio per il Made in Italy e da un forte desiderio di rivalsa, ho riunito un gruppo di yezers e ho iniziato a lavorare con l’obiettivo di trovare una soluzione a questo enorme problema.

Qual è stata la vostra linea d’azione?

L’obiettivo principale del TdR è stato quello di definire i principali attori da considerare al fine di tutelare con efficacia i prodotti agroalimentari italiani all’estero. La complessità dell’argomento affrontato e i molteplici fattori entrati in gioco nel corso delle nostre analisi ci hanno portato, tuttavia, a ridefinire parzialmente le direzioni della nostra ricerca, inizialmente troppo ambiziose da perseguire in un lasso di tempo limitato. La prima cosa di cui ci siamo accorti è che non esiste un metodo univoco per siglare le produzioni italiane all’estero, fattore che rende difficile distinguere i “tarocchi” dai prodotti autentici: il “Made in Italy” non viene ancora concepito come un vero e proprio brand e quindi non è tutelato (e sfruttato) come dovrebbe. Partendo da questa problematica, abbiamo considerato i tre principali attori coinvolti nella questione: i produttori (distinguendo piccole e grandi realtà), i consumatori (in particolare stranieri) e i retailer, ovvero i supermercati che espongono i nostri prodotti all’estero.

Secondo il nostro Team, la direzione da seguire prevede alcuni piccoli ma fondamentali accorgimenti,
come l’utilizzo di sistemi di etichettatura locale, una formazione dedicata per i commessi affinché siano capaci di indirizzare la scelta dei consumatori e l’implementazione di app per smartphone che aiutino a conoscere meglio i prodotti esposti nei punti di vendita. Partendo da questi risultati, la nostra speranza è che le direzioni indicate non rappresentino solo un punto d’arrivo quanto una linea di partenza da cui ripartire grazie a nuovi Team di Ricerca. Lo dobbiamo ai nostri produttori ma, soprattutto, lo dobbiamo all’Italia!

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